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Emilio Comici
Emilio Leonardo Comici nacque a Trieste nel 1901. A quindici anni cominciò a lavorare come impiegato. Si dedicò dapprima all'atletica, poi alla speleologia presso l'Associazione XXX Ottobre (Trieste), ed infine all'alpinismo, che scopri' solo intorno ai 25 anni. Esso costituì la vera passione della sua esistenza, tanto che abbandonò il lavoro per divenire guida alpina. Nel 1928 entrò a far parte del G.A.R.S. della Società Alpina delle Giulie (Trieste); tra il 1929 ed il 1930 fondò la scuola di roccia della Val Rosandra, che tuttora esiste e porta il suo nome. Egli fu di fatto il più insigne alpinista italiano degli anni Trenta, protagonista di una serie di "prime", artefice del rinnovamento tecnico dell'attività ed esponente di un nuovo modo di intendere la professione di guida. Nella sua attività non è più possibile distinguere tra guida alpina ed alpinista, come era accaduto con Kugy. Egli è al tempo stesso entrambe le cose ed il suo modo di procedere è caratterizzato da grande correttezza professionale, generosità e coraggio, dimostrati anche in episodi occasionali di salvataggi. I biografi ricordano 83 "prime" compiute tra il 1925 ed il 1940, ma egli stesso affermò di averne portate a termine molte di più, oltre le 250. La prima impresa che gli conferì notorietà fu la realizzazione della prima via italiana di VI sulla Sorella di Mezzo del gruppo del Sorapis (1929). 500 metri di parete in condizioni di elevata difficoltà. Nello stesso anno compì, sempre in compagnia dell'amico Fabjan, molte altre ascensioni; tra le altre quelle dello spigolo nord della Cima di Riofreddo, dello Zurlon, del Piz Popena, del Campanile Innominato, del Cimone del Montasio. Seguirono, nel 1929, il superamento della Torre Mazzeni e della Torre Lazara. Nel 1930, oltre alla salita alla cima di Mezzo ed alla Croda dei Toni, riuscì a realizzare il sogno di Kugy: il giro completo della Cengia degli Dei (Jof Fuart), la "via eterna" così definita dallo scrittore alpinista. Nel 1931, un'altra impresa di successo: la direttissima italiana sulla N.O. della Civetta, con Benedetti. I due alpinisti tracciano una via nuova, durissima. Seguono, nel 1932, altre 8 "prime" e, nel 1933, la mitica arrampicata sulla Cima grande di Lavaredo, impresa che, alcuni anni più tardi, Comici ripetè da solo, in 3 ore e mezza. Negli anni successivi la sua attività lo portò anche all'estero, in Grecia, Spagna ed Egitto. Nel 1940 realizzò la sua ultima grande ascensione: il Salame del Sassolungo, un campanile enorme, la cui parete nord presenta uno strapiombo di 400 metri la cima è raggiunta dopo 29 ore. Cinquanta giorni dopo, a Vallelunga di Val Gardena, durante un'esercitazione, cadde da un'altezza di 43 metri, a causa del cedimento di un cordino, e morì. Comici amava operare in parete; era dotato di una particolare predisposizione nell'intuire il percorso da seguire, il passaggio risolutore per raggiungere un'obbiettivo apparentemente inaccessibile. Per lui l'alpinismo rappresenta una forma di dedizione ad un ideale superiore. Le emozioni di grandiosità e purezza che la montagna sa offrire ai suoi amanti costituiscono l'elemento motivazionale delle sue gesta, che vorrebbero essere volte ad una più elevata visione del vivere, ma che giustificano anche atti di audacia estrema e di rischio elevato. "Le vittime siano da noi venerate perché hanno sacrificato la vita per il nostro ideale" scrive. Tra le innovazioni tecniche da lui apportate si può citare l'estensione dell'arrampicamento per pressione anche alla parete, e non solo nelle fessure; per realizzarlo, Comici sfruttava ogni minima asperità della roccia ed avanzava diagonalmente, incurvando il corpo.
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